

Sulle tracce del divino Vincenzo Bellini
Intervista a Carmelo Neri
Constantine P. Carambelas-Sgourdas interroga con un’intervista scritta Carmelo Neri, autore rinomato di apprezzati lavori su Vincenzo Bellini, divenuti un valido punto di riferimento per gli studiosi del celebre musicista catanese.
Avendo avuto il piacere e il privilegio di comunicare stabilmente, e da più di dieci anni, con il Prof. Carmelo Neri, che, in modo quasi esclusivo, dedica le sue ricerche al compositore della Sonnambula, di Norma, dei Puritani, e di altri famosi spartiti, da molto tempo sono un lettore attento ed entusiasta delle sue pubblicazioni. Ho pertanto ritenuto utile rivolgergli le seguenti domande, e far conoscere le relative risposte.
Constantine P. Carambelas-Sgourdas: Professore Neri, ricorda il primo impulso che le ha fatto prendere l’importante decisione di approfondire la vita e l’epistolografia di Bellini?
Carmelo Neri: Fin dal 1987, e negli anni successivi, sono stato un assiduo frequentatore del Museo Belliniano di Catania. Dapprima vi andai per effettuare alcune ricerche sul musicista Nicola Antonio Manfroce, poiché la biblioteca di quel Museo era provvista di varie pubblicazioni che potevano essermi molto utili; in seguito, consultando diversi libri, mi sono accorto che numerose lettere di Bellini mancavano fra le 264 divulgate da Luisa Cambi nel 1943. Fu così che nacque in me l’idea di curare un’edizione aggiornata di quell’epistolario, che ho pubblicato a Palermo nel 1991, e, con l’aggiunta di 45 lettere, ho portato l’anzidetto totale a 309. Venuto poi a conoscenza di tante altre non inserite nella mia stessa raccolta, ne ho curato la riedizione nel 2005, in cui ho numerato ben 404 documenti, con parecchi inediti. Va però precisato che quest’ultimo conteggio comprende una ventina di autografi di Bellini di minore importanza, come biglietti, ricevute, annunci musicali da lui firmati, e sim.
CPCS: Poiché nel suo lungo e avvincente percorso di ricercatore e autore belliniano si è occupato delle lettere inviate dal maestro a numerosi corrispondenti, potrebbe citare qualcuna contenente espressioni particolari che dànno al discorso varietà, eleganza ed efficacia?
CN: Ne esistono parecchie, e basti qualche esempio: in una dell’11 giugno 1834, indirizzata da Puteaux alla Marchesa Vittoria Visconti d’Aragona di Milano, da me pubblicata nel 1994 come inedita in un “Programma di sala” del Teatro Bellini di Catania, il grande operista arrivò ad affermare: «Sono solingo: ho abbandonato il mondo e da questo abbandonato vivo, vita tranquilla ma non felice»; nel medesimo foglio ha aggiunto: «Sono stato ammalato con febbre biliosa, che ho vinto in tre giorni, a forza d’emetico: si figuri il divertimento!». A volte, come in questo caso, amava ricorrere all’uso di maniere enfatiche, e, facendone spreco, talora usava due o tre punti esclamativi in fila. In un’altra lettera inedita, da me pubblicata nel 2005, che Bellini spedì da Puteaux il 3 giugno 1835 a Giovanni Ricordi, in circa dodici righe se ne contano ben sei, e vi figurano altrettanti punti interrogativi. In essa il maestro con impeto oratorio e incalzante, alla maniera di Cicerone alle prese con Catilina, mostrandosi assai irritato, contestò all’editore milanese un «conto-Sociale» che non gli garbava affatto, perché gli si addebitavano spese che riteneva ingiustificate, compresa qualcuna effettuata senza che ne fosse avvisato.
CPCS: Il suo recente volume Lettere di Vincenzo Bellini a Francesco Florimo (Algra Editore, 2022) arricchisce le nostre conoscenze sulla vita pubblica e privata dei due fraterni amici. È grazie a Florimo se gran parte, e di certo la più grande, dell’eredità di Bellini è stata sottratta all’oblio. Quali ritiene che siano state le qualità speciali del carattere dello storiografo calabrese che hanno portato il musicista siciliano a fidarsi di lui fin da quando si conobbero come studenti nel Conservatorio di Napoli?
CN: Di certo furono l’indole buona e generosa, l’innata gentilezza, e un’indubbia abilità diplomatica del Sangiorgese, che Bellini gli riconobbe come qualità davvero speciale in una lettera del 14 luglio 1835, scrivendogli: fu «un peccato la tua famiglia averti posto alla musica: tu dovevi essere un diplomatico». Il Catanese, che lo stimava moltissimo anche per la bravura come musicista, arrivò al punto di dichiarare che cercava sempre d’imitarlo, e che era orgoglioso di averlo come amico. Consapevole che l’ingratitudine è una delle più grandi depravazioni dell’animo umano, gli dimostrò sempre molta riconoscenza per gli immensi servizi e per i preziosi consigli ricevuti; a tal proposito va ricordato che fu proprio Florimo a suggerirgli di musicare l’argomento della Straniera, l’opera che, rappresentata alla Scala di Milano nel 1829 con un successo memorabile, consacrò Bellini come «maestro di cartello», predestinato a svolgere una gloriosa carriera.

CPCS: Nel suo ultimo libro, dal titolo Vincenzo Bellini – Memorie storiche e lettere allo zio Ferlito, integrato “In appendice” dal “Testamento di Francesco Florimo” (Edizioni Corab, novembre 2025), fra le varie “memorie” lei si è occupato della discordia tra Florimo e Rosario Bellini, dopo la morte di suo figlio, e inoltre ha cercato di chiarire il misterioso argomento delle centinaia di lettere dirette allo stesso Florimo e mancanti nell’epistolario belliniano. Può riassumerci in dettaglio quanto accadde?
CN: Il padre di Bellini, uomo di carattere impulsivo, non avendo ottenuto l’invio a Catania dei Puritani nella versione destinata alla Malibran, rimasta in custodia di Florimo dopo la morte di suo figlio, infierì contro quest’ultimo con gravi accuse e con insulti esagerati. Purtroppo l’amico di Vincenzo non ha potuto accogliere tale richiesta, essendosi impegnato con Rossini, che agiva a nome e per conto dei comproprietari dello spartito (Teatro Italiano di Parigi e l’editore Eugène Troupenas), a trattenere presso di sé quella partitura fino a nuovo ordine. Inoltre, nel corso della discordia, essendo male informato, don Rosario addossò al presunto responsabile colpe inesistenti, e la sua ira si placò soltanto dopo che il Pesarese gli chiarì in una lettera i motivi che l’avevano indotto a giudicare «leggermente» l’amico di suo figlio, che si era comportato con la massima correttezza. La faccenda delle lettere “bruciate”, ancor più ingarbugliata, riguarda solo quelle che Bellini aveva mandato a Napoli da Parigi e da Puteaux. Il ricevente fu costretto a distruggerne alcune per escluderle dalla sua raccolta epistolare pubblicata nel 1882, e fece ciò per non indispettire una certa «persona», menzionata in uno scritto di Michele Scherillo. Per conseguenza è logico pensare che costui, ancor prima del 1869, quando Florimo nella biografia del suo amico scrisse di essere privo di «oltre 400» lettere di Vincenzo, lo abbia contattato, magari avvalendosi di un autorevole intercessore, e possa aver preteso e ricevuto da lui i cinque anni di lettere mancanti nell’epistolario belliniano dal 14 marzo 1829 al 14 febbraio 1834. Il periodo di tale sciagurata perdita comprende, e si tratta di una coincidenza che non può ritenersi fortuita, proprio quello in cui si protrasse più intensa la relazione amorosa fra il musicista e Giuditta Turina.

CPCS: In questa nuova pubblicazione apprendiamo per la prima volta che Francesco Florimo nacque il 10 ottobre 1802, e pertanto la data del 12 ottobre 1800, finora indicata in tutti i profili biografici che lo riguardano, è da considerare sbagliata. Quale documento fornisce ora un’ulteriore conferma di quanto, come ha affermato nel libro, le è stato comunicato per telefono?
CN: Il Dott. Giacomo M. Oliva, discendente di Florimo, che nacque da Michelangelo e da Maria Antonia Oliva, più di un anno fa mi ha riferito che nelle notizie riguardanti la vita del suo illustre antenato la data di nascita è inesatta. In seguito, quando il libro era già in fase di lavorazione, mi ha inviato la copia di un foglio manoscritto, che solo adesso mi è possibile riprodurre: è intestato Notizie biografiche della Famiglia Florimo di San Giorgio Morgeto. Contiene anche l’informazione che il matrimonio dei genitori del futuro storiografo e compositore fu celebrato il 7 agosto 1800, e che, dopo il loro primogenito di nome Francesco, «nato morto» il 30 agosto 1801, il 10 ottobre 1802 venne alla luce il secondo figlio, al quale fu imposto, come era nell’uso, lo stesso nome del primo. Il Dott. Oliva mi ha inoltre segnalato una pregevole ricerca di Giuseppe Raco, un suo cugino, intitolata La famiglia Florimo, in cui si legge che il padre del maestro, figlio di un «legista», cioè di un esperto in materia di diritto, morì 27 dicembre 1844, all’età di anni settantuno; Maria Antonia Oliva, sua moglie, nella data anzidetta era ancora in vita.

CPCS: Bellini era molto legato alla sua famiglia. In quest’ultimo libro lei ha trascritto e ha esaminato la sua corrispondenza con lo zio Vincenzo Ferlito, offrendo commenti e numerose note esplicative. Quale carattere ebbe la loro comunicazione, e quali informazioni ricaviamo da queste lettere?
CN: Poiché conosciamo una quantità abbastanza esigua di lettere di Bellini a Vincenzo Ferlito, non è possibile ben giudicare sul loro rapporto epistolare. Da quanto si legge si ha l’impressione che il loro carteggio sia sempre avvenuto in perfetta armonia, ma con minore assiduità di quello con Florimo. Lo zio Ferlito, per incarico di don Rosario, svolse il delicato compito di intermediario postale fra il maestro e la sua famiglia; la corrispondenza speditagli dal nipote è sempre ricca di notizie interessanti sull’andamento dei suoi lavori, della sua salute, e sui rapporti con i familiari, i parenti e gli amici. Bellini, che ebbe nello zio Vincenzo un secondo padre, accoglieva con piena fiducia i suoi suggerimenti, ma talora evitava di comunicargli avvenimenti che potevano suscitare dispiacere o preoccupazione.
CPCS: La perdita di molte lettere ha impedito di leggere quanto Bellini comunicò a Florimo sulla dolorosa malattia che lo colpì nel maggio del 1830. Su tale evento conosciamo ora qualcosa di nuovo?
CN: In merito alla grave malattia di Bellini nel 1830 non abbiamo ancora elementi che permettano di scoprire la causa prima dell’infermità che in quell’anno lo ridusse quasi in fin di vita. Inoltre, rileggendo le testimonianze esistenti nel suo epistolario, è da tener presente che lo stesso musicista ha contribuito a rendere più complicata la ricerca della verità, perché, non volendo che a Catania fosse nota la sua relazione sentimentale con una donna sposata, che addirittura andava a trovare in casa del marito, fu costretto a inviare allo zio Vincenzo notizie diverse dalla realtà e le rese più accettabili con un racconto fuorviante, che ha tratto in inganno anche me. Infatti gli comunicò che «la principale cagione» di quella malattia consisteva nei pesanti ritmi di lavoro da lui sostenuti durante la composizione dei Capuleti a Venezia, nell’aver sofferto in quella stessa città per la stagione «orrida», e che ebbe «fiato» maleodorante «per le cattive digestioni». Poiché queste parole rimandano l’accaduto al precedente periodo invernale, non è pensabile che gli inconvenienti descritti abbiano avuto alcuna conseguenza sui violenti disturbi gastrici che gli si manifestarono a Milano circa due mesi dopo. Pertanto le giustificazioni addotte sono da considerare infondate come la “secca risposta”, «Bellini è morto di consunzione, per nient’altro che di consunzione», scritta nel 1845 da Giuseppe Verdi a un suo compaesano che gli aveva raccomandato di «non accettare nulla da bere da nessuno», e di non dimenticare quello che era «successo a Bellini». Il Catanese riferì inoltre (ed ecco un’altra inesattezza!) di essere rimasto «senza appetito» dopo il suo ritorno a Milano il 13 aprile 1830, e che soffrì d’inappetenza per più di un mese; invece è da credere che l’abbia avuta per un periodo più breve, e solo dopo un suo rientro a casa da Casalbuttano (e non da Venezia, come fece intendere allo zio). Per recarsi in quella cittadina, dove si trattenne circa una settimana, viaggiò per oltre ottanta chilometri su una scomoda diligenza, e ciò conferma che vi giunse in buone condizioni di salute, perché altrimenti sarebbe rimasto a Milano. Inoltre una sua lettera all’editore Artaria, datata «Casalbuttano 2: Maggio [1830]», in cui si legge che prevedeva di tornare in città «forse Mercoledì prossimo», cioè giorno 5, accerta la sua presenza nel palazzo Turina, dove rivide Giuditta, la sua amante, e sua cognata Rosina Bossi, moglie di Bortolo Turina; per Fortunato, il loro figlioletto di cinque anni, aveva promesso di portare (e forse portò) un cagnolino da Venezia. Nella sua residenza milanese, in Contrada San Vittore e Quaranta Martiri, come scrisse il 15 luglio a suo zio, il 21 maggio gli «scoppió una tremenda febbre inflamatoria gastriga biliosa», ma per buona sorte l’immediato intervento del dottor Antonio Prini, «medico dell’I.R. Conservatorio di Musica, contr[ada] di Brera 1556», che gli prescrisse un salasso e l’emetico per eccitare il vomito, lo sottrasse a una misera fine. La cura fu abbastanza lunga, e il 1° luglio comunicò al fratello Carmelo di sentirsi ancora debole, e che quella malattia per lui avrebbe potuto «essere l’ultima», se non fosse stato bene assistito. Circa un mese dopo, «in estate», anche Rosina Bossi si ammalò «molto gravemente», e morì a Casalbuttano nel mese di settembre. Questo decesso, sconosciuto in passato, è stato rivelato per la prima volta nel Dizionario belliniano di Eduardo Rescigno, edito a Palermo nel 2010. Da un’altra lettera del maestro, spedita il 15 luglio da Moltrasio a Giuseppe Pasta, marito della celebre cantante, si apprende che la Rosina era così malridotta che già si dubitava se fosse o no fra i «viventi». É però davvero strano che Bellini, in due lettere indirizzate il 3 e il 14 agosto 1830 da Bergamo, dove si trovava impegnato nella messinscena della Straniera, non abbia chiesto a Giuditta, in vacanza sul lago di Como, qualche informazione sulla cognata che era in pericolo di vita. In quella del 14 agosto le scrisse che giudicava alterata dalla sua fervida fantasia «la più parte» delle sue «continue agitazioni» di cuore; ciò fa presumere che la Turina in quei giorni fosse molto preoccupata. Per contro il maestro, per non apparire in preda a cattivi pensieri, preferì mostrarsi tranquillo, e compilò quel foglio con cautela, temendo l’eventualità che potesse finire nelle mani del marito della sua amante, il quale, come si legge nella stessa lettera, era già arrivato a Moltrasio, o stava per giungere col nipote Fortunatino.

Ritratto di Giuditta Turina. Riproduzione da un articolo di Galileo Agnoli in «L’Illustrazione italiana» nel 1935
CPCS: Nel libro anzidetto lei fa riferimento a due importanti biografi del compositore della vecchia generazione, Antonino Amore e Guglielmo Policastro. Ѐ evidente che lei apprezza molto il loro ampio contributo per una migliore conoscenza di Bellini. Che cosa la colpisce maggiormente nel loro metodo di ricerca e di scrittura?
CN: Questi due biografi hanno apportato con le loro ricerche preziosi contributi di novità, di cui si sono avvalsi molti studiosi del Catanese. Policastro ha reso interessante il suo volumetto sugli anni trascorsi da Bellini a Catania con antiche foto e con informazioni ricevute dai discendenti Ferlito; uno di costoro gli assicurò che Vincenzo presentava i caratteri somatici della loro famiglia. Antonino Amore, che nel 1876 incontrò Florimo a Catania, e conobbe tutti i fratelli e le sorelle di Bellini, fra i suoi grandi meriti ebbe quello di aver pubblicato alcune lettere inedite del biondo musicista; se non l’avesse fatto, ancora oggi saremmo privi di tante verità in esse contenute. Entrambi, desiderosi di farsi comprendere da tutti, nei loro scritti hanno adottato una maniera di esprimersi concisa, semplice e naturale, mantenendosi sempre rispettosi della verità storica; sono inoltre da lodare perché hanno avuto l’accortezza di attingere importanti rivelazioni su Bellini da persone bene informate, quali furono i suoi parenti e alcuni discendenti.
CPCS: Avendo lavorato per decenni sulle lettere di Bellini, lei ha acquisito una conoscenza molto particolare della sua personalità. Come descrive il suo personaggio?
CN: Come Florimo, Bellini fu una persona onesta, buona e incapace di far male al prossimo. Non dimenticò mai le sue umili origini, e sentì sempre il dovere di aiutare la sua numerosa famiglia, che non versava in una florida situazione economica, e per questo motivo desiderava conseguire un buon risultato con tutte le sue opere. Volendo scongiurare l’eventualità di un fiasco, anche quando divenne famoso continuò ad applicarsi col massimo impegno nello studio tenace e indefesso di autori classici, per incontrare sempre il favore del pubblico. Commise alcuni errori, e il più grande fu quello di non aver ascoltato Florimo, quando cercò di fargli intendere che il suo legame affettivo con una donna sposata gli sarebbe stato fatale. Gli ultimi due anni vissuti a Parigi lo costrinsero ad assimilare le abitudini del luogo, e seppe adattarsi benissimo in quella nuova e difficile realtà.
CPCS: Concludendo, le chiedo: come si svolsero le sue ricerche sul compositore Nicola Antonio Manfroce, il quale, come Bellini, fu allievo di Niccolò Zingarelli, e morì anch’egli in giovane età, a soli ventidue anni?
CN: Ho cominciato a occuparmi di Manfroce nel 1967, allorquando il Prof. Salvatore Pugliatti, rettore dell’Università di Messina, e titolare anche della Cattedra di Storia della Musica, accettò la mia proposta di preparare una tesi di laurea sul compositore palmese; aggiunse che, se fossi riuscito a combinare qualcosa di buono, visto che sullo sventurato musicista allora si conosceva ben poco, il mio sarebbe stato un lavoro meritorio. Su questo geniale artista, la cui vita e la cui arte per molti aspetti richiamano alla mente Bellini, come ho ricordato nel 2006 sulla Rivista catanese «Agorà» nell’articolo Vite parallele: Nicola Antonio Manfroce e Vincenzo Bellini, ho effettuato ricerche in biblioteche a Reggio Calabria, a Palmi, a Torino, a Milano e a Bologna. Trasferitomi nel 1982 in Sicilia, dopo aver trascorso quasi sedici anni in Piemonte come capostazione nelle F.S., ho proseguito la mia attività di ferroviere, rinunziando all’insegnamento, pur avendo conseguito la prescritta abilitazione. Nulla avrei pubblicato su Bellini se prima non mi fossi occupato di Manfroce, e anche dopo la laurea ho continuato a scrivere articoli su colui che fu detto «il Bellini calabrese», definizione che ben gli si addice se è pur vero, come ha scritto l’illustre critico Giovanni Carli Ballola, che la sua musica ha pregi di «classica concisione, di quella venustà, di quell’incisiva semplicità, che non è mai semplicismo…». Francesco Florimo nei suoi famosi volumi sulla scuola musicale napoletana ha voluto esaminare (e lo ha fatto soltanto per lui!) lo spartito dell’Alzira, scritto a diciannove anni per il Teatro Valle di Roma, e dell’Ecuba, composta per il San Carlo di Napoli nel suo ventunesimo anno di vita.

Foto di Carmelo Neri in data 28 giugno 1968, in cui fu discussa a Messina la sua tesi di laurea sul musicista Nicola Antonio Manfroce. Ne fu relatore il Prof. Salvatore Pugliatti (fra il Prof. Rosario Villari, alla sua destra, e il Prof. Adelchi Attisani